CATERINA ARCURI

l tempo – nel suo scorrere in avanti o all’indietro e nelle sue stratificazioni attraversabili – e la memoria, sono le principali direttrici della sua ricerca.

Nella ricerca di Caterina Arcuri, la ceramica si è fatta largo, diventando uno dei suoi materiali d’elezione.

 

Le sue bianche teste mostrano l’andamento oscillante dell’esistenza, nel rapporto complesso tra Io e Altri.Il volto indefinito non è l’annullamento dello sguardo; né è la cifra dell’indicibilità la non convergenza reciproca dei volti delle testine. Non è una relazione mancata, ma un allargamento dello e nello spazio circostante, per mezzo della virtualità del riflesso; della relazione nel riconoscimento del fruitore, che viene inglobato nell’opera.

Immerse nei rispettivi pensieri, ma pronte all’ascolto al di fuori di sé, le bianche teste sono la presenza dell’essere e dell’esserci. Attestano la disarmante verità dello stato di contingenza e di contingente reciprocità, che non possiamo negare.

Nel rapporto con l’alterità, tra le pieghe del vedere e dell’esser visto, veniamo al mondo e lo conosciamo per ciò che è: un luogo potenzialmente infinito, fatto di volti – apparentemente distanti – che ci osservano; volti attraverso i quali la nostra identità si esplica nella sua piena trascendenza, nella sua libertà di essere per/con gli altri.