Silvia Fiorentino

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Vuoto, epifania della materia

In questa società vaghiamo dentro un’estetica “gassosa” in cui tutto è bello, in cui tutti boccheggiano alla sua spasmodica ricerca. La mia di ricerca, vuole prescindere dall’imposizione di ciò che è collettivamente “bello”, guardando all’origine, quasi con disinteresse per il prodotto finale, ma con una grande cura per ciò che lo precede. Nel contemporaneo, conferendo una forma e un linguaggio attuale a ciò che è universalmente riconoscibile come comune fondamento umano, in qualsiasi tempo e in qualsiasi contesto.
L’operare attivo dell’arte può indicare il principio resiliente dell’uomo e, in senso più generale, l’arte stessa diviene strumento di resilienza nel limite e con la dimensione traumatica che oggi viviamo. Questa consapevolezza per me ha una destinazione più etica e d’impegno, che estetica. Lo sguardo dell’artista, incontrando l’oggetto, lo spoglia dell’ovvio, delle stratificazioni culturali, per poterne raccogliere la percezione. E dal terreno oscuro, imprevedibile e minaccioso della sensorialità, possiamo identificare l’emergere della soggettività, identità propria, non alienabile, ben diversa dall’individualismo consumistico che oggi ci imprigiona. L’irriducibilità di ciò che ha valore personale è il segno evidente dell’evoluzione nel contemporaneo, è il luogo non fisico in cui la differenza non è a priori definibile per natura, ma un processo di rivendicazione che dia senso e direzione alla vita. Ho ridotto tutto ciò ad una dimensione in cui sia necessario visualizzare il punto di estremo vuoto, vuoto che ho poi tradotto nell’opera qui esposta.
I temi intorno cui ho principalmente lavorato sono il vuoto, l’originario e la poesia.

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